13/08/2011

cammino dell'angelo un esperienza di intima indagine

IL CAMMINO DELL’ANGELO

UN’ESPERIENZA DI INTIMA INDAGINE

(di Antonio Nunziante)

 

badia di cava de' tirreni

Alcune nuvole che sembrava volessero parlare di pioggia si rincorrevano all’inizio del mitico sentiero 00. La Badia di Cava ci osservava sul suo sagrato millenario.


 


Da lì comincia il nostro cammino. Ogni passo sarà fatica. Ogni passo però da lì in poi ricorderà ai nostri occhi la bellezza della Natura. Rinnoverà la nostra meraviglia rinsaldando il nostro contatto con la Terra.


E allora sono nuovi fiori. Sono nuove creature, operose nelle loro vite a noi ignote. Un susseguirsi di colori, forme e profumi ci fa ala al nostro cammino. Sono trascorse un paio di ore e siamo sull’Avvocata. Nulla si vede. Solo la chiesa sembra avere una forma più decisa nella nebbia. Entriamo accolti dal canto dei fedeli al quale si aggiunge il nostro. “..Tu sei la mia vita altro io non ho..”.


Qualche arachide e le energie tornano a crescere. Ma la pastiera e i panini di un amico incontrato lì fanno anche di più.


Grazie a Voi...


Siamo già pronti per proseguire, lasciando alle spalle le tende, le tammorre di tanti. La grotta dell’Apparizione è lì, a destra del nostro cammino. Adesso si inizia a scendere, verso la divina costiera. Troppo curiosi per resistere alle mura di una rocca. Anche oggi si è trovata l’occasione per arrampicare un po’. Siamo al di là delle sue mura. Vaghiamo un po’ per le sue terrazze. Il paesaggio va dal blue del mare al verde dei monti. Due soli colori ma le sfumature sono infinite.

 

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Castello di San Nicola de Thoro Plano


 

Il meteo è ancora incerto al nostro arrivo a Reggina Maior. Meno incerti noi quando ci viene offerto di sedere a tavolo in una pizzeria. Che non si dica che siamo di poco appetito. In fondo abbiamo del tempo. Attendiamo il resto della spedizione girando un po’ per la marina. Visitiamo il suo Duomo. È tangibile la fede delle genti di mare.


Ricomincia il salire. Saranno più di mille gradini. Ma dopotutto ci sentiamo riposati dalla nostra sosta. Ma ecco che si è deciso a piovere. Le nubi che si erano addensate sulle nostre teste lasciano arrivare grosse gocce. Sarà una dura salita. Voltandomi indietro vedo il mare e la cupola maiolicata di giallo e verde. “Si bbell pure quann’ chiove”, questo è quello che penso. Ma la pioggia non ci darà sosta. La visibilità calerà sempre di più e saranno ore difficili fino al Santuario di San Nicola.


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Si cammina così nel vento, tra la pioggia, lasciando di sé profumo di limoni. Colti e mangiati, così come sarà per dei gelsi qualche centinaio di gradini più su. E pensare che continua a piovere. Ma forti dei nostri impermeabili, che tanto impermeabili poi non erano, ci ritroviamo di nuovo come bambini a rubare frutta. Sembriamo rinfrancati dalla nostra breve sosta per cogliere frutti lavati dalla pioggia. Tuttavia è sempre lei, la pioggia, che rende il nostro percorso più difficile. L’ultimo tratto, per chi sa che è l’ultimo, sembra non finire più. Per chi non conosceva invece questo sentiero non vede l’ora di arrivare per mettersi all’asciutto. Però nessun punto di riferimento si scorge nella nebbia. Si va avanti solo di volontà, anche le gambe hanno perso un po’ della freschezza iniziale. Scorgere ad un tratto un’indicazione sa di liberazione.


 

Sentiamo solo le voci dei nostri compagni, non si vedono in quel mare lattiginoso. Atri cinque passi e le loro immagini cominciano ad assumere contorni più nitidi insieme alla nostra meta giornaliera. Il primo pensiero è quello di cambiarsi, togliersi gli indumenti zuppi di pioggia. Anche togliersi lo zaino è tirare un respiro di sollievo. Non sapevo ma qui non c’è elettricità o acqua corrente. Poco male. Una pompa ci fornisce l’acqua che ci occorre. Candele lungo i corridoi e negli ambienti che ci ospitano ben presto proiettano nelle loro vicinanze una luce mistica che sostituisce la più asettica luce delle frontali. Stiamo imbandendo una tavola nell’ex-sacrestia per la cena.

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Due candelabri ne illuminano le pareti prive di intonaci ma ricchi di immagini sacre. Una finestra si affaccia su Reggina Minor e sul resto della costiera dove le luci delle strade e delle case brillano. Si sostituiscono alle stelle nascoste dalle nubi. Tuttavia non piove adesso. Intanto in cucina fervono i preparativi per la cena. L’acqua comincia a bollire. Quindici minuti ancora e saremo a tavola a gustare i nostri bucatini, a discutere della nostra giornata, del nostro cammino. E ora chi l’avrebbe detto. Sembra che il posto più caldo e asciutto del santuario sia proprio la chiesa. È lì che dormiremo. I nostri sacchi a pelo vicino all’altare con San Nicola e gli altri che ci osservano. C’è chi parlotta ancora un po’ e confessa le proprie sensazione. Chi invece ha solo il tempo di sistemarsi al meglio nel proprio ricovero. Sciolgo i muscoli ancora un po’ e sento ancora le ossa umide. È stata una giornata intensa. Non ho il tempo di pensare a grandi cose. Forse nemmeno devo pensare.


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Basta ricordare le mie sensazioni. Calma, benessere, pace. Mi sento riconciliato con il mondo, inteso come Pachamama per gli Aztechi. Capisco di nuovo cosa volesse dire Grande Spirito per gli indiani d’America, quando questi avevano tutto quello di cui necessitavano senza stravolgere gli equilibri della natura. Una domanda però me la pongo e mi fa paura un po’: tutto questo è solo una parentesi che sto aprendo nella routine quotidiana o riuscirò prima o poi a vivere con uno spirito diverso la mia vita? Insomma, è solo una vacanza o è davvero un viaggio dentro di me? D’accordo, d’accordo. Buona notte.


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Beatrice

Beatrice

di Antonio Nunziante

 

Il sole del mattino scalda la scogliera a picco sul mare. Golfo di Gaeta, da qualche parte sul Monte Orlando. Lassù in cima, osservare il blue del mare diventare bianca spuma. Provare e riprovare nodi e tecniche varie. Cinque minuti e poi la prima calata. Da lì fino alla base del settore Beatrice sono più di cento metri. L’emozione è da prima alla Scala, ma qui non è il caso di steccare. Bisogna davvero tenere i nervi saldi. Concentrazione. Di sicuro molto timore e ancor di più la sensazione di fragilità. Le onde si sentono sempre più forti. Una tensione che sa di salsedine e macchia mediterranea con la corda che scivola lenta. Finalmente siamo alla base di una scogliera maestosa. Ora l’unica possibilità di uscita è risalirla. Il mare è davvero a pochi metri, un nulla. Puntini colorati tenuti da cordini ci chiamiamo l’un l’altro senza vederci dopo il primo traverso. Parole confuse nelle onde. Si sale ora vicino ad inattese palme nane, ora su pilastri di calcare antico più delle gesta di Ulisse ed Enea. Il sole descrive all’orizzonte la sua traiettoria. La nostra invece punta ancora in alto, oltre la fantastica Grotta del Turco. In direzione ostinata e contraria. Risalire l’ultimo camino e stanchi abbracciarci in cima. E quel pino marittimo ne avrà visti tanti come me. In cima con identico timore della partenza ma con la gioia di essere riuscito nel confronto con me stesso.

Le luci della sera magicamente si accendono sullo stesso golfo. Da qualche parte sullo stesso monte c’è chi è felice.